miércoles, diciembre 28, 2005
NELLA RETE DI PUTIN |
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RUSSIA
IL "CASO SCHROEDER" E LE STRATEGIE DEL COLOSSO RUSSO NELLA RETE DI PUTIN Gazprom, ovvero le vere mosse politiche dello "Zar" che in questi anni ha lavorato molto per trasformare il suo "impero" nella massima potenza energetica del mondo. C’è voluto il "caso Schroeder" per farci aprire gli occhi. L’importante, adesso, è capire bene su che cosa il nostro sguardo debba appuntarsi. I buontemponi dello pseudoliberalismo nostrano si sono concentrati sull’ex cancelliere tedesco che, con un cambio d’abito degno di Fregoli, è passato dal ruolo di leader della Germania a quello di amministratore delegato (per conto di Vladimir Putin) del gasdotto tra Russia ed Europa. Brutto, non c’è che dire. Di pessimo gusto, anche perché Schroeder e Putin avevano concluso l’accordo pochi mesi prima delle elezioni che in Germania hanno sancito la fine del regno di Schroeder. Le prediche, però, vengono dal pulpito sbagliato: da coloro, cioè, che non manifestano alcun disagio per il Dick Cheney che da ministro della Difesa Usa diventa alto dirigente della Halliburton, e poi da lì passa a fare il vice di Bush e comincia a far avere alla Halliburton un appalto dopo l’altro in Afghanistan e in Irak. Dovremmo riflettere non sulle miserie di Schroeder ma sulla nostra miopia. Mentre ci convincevano che la lotta al terrorismo islamico fosse la battaglia della vita, la prova del nove della civiltà, il mondo andava avanti, fino a decretare la morte di qualunque pretesa unilateralista. La Cina è ormai una potenza economica, molti Paesi (dall’India al Brasile, dall’Iran al Venezuela) si muovono ormai fuori dalle logiche di schieramento cui siamo abituati, nelle organizzazioni internazionali (l’ultima riunione del Wto, a Hong Kong, lo dimostra) le voci delle nazioni "piccole" si fanno sentire con sempre maggiore insistenza, nell’America del Sud cresce (con l’elezione di Evo Morales alla presidenza della Bolivia) il risentimento contro il Grande Fratello della Casa Bianca. Il quartier generale di Gazprom, a Mosca. Il quartier generale di Gazprom, a Mosca (foto AP). L’epicentro di questo mondo nuovo, che ancora cerca un equilibrio ma che intanto già si delinea, è la Russia di Vladimir Putin, che mette con astuzia a profitto il vantaggio strategico della sua posizione di ponte tra Asia ed Europa. Da questo punto di vista, Gazprom rappresenta non una prospettiva economica ma una strategia politica. Per tutti questi anni, Putin ha lavorato con tenacia, cinismo e lungimiranza per costruire un sistema integrato che oggi fa della Russia la massima potenza energetica del mondo. Un patto con gli oligarchi Prima ha lasciato mano libera ai cosiddetti "oligarchi" (gli introiti per le esportazioni del solo petrolio sono passati dai 14,5 miliardi di dollari del 1998 ai 90 del 2005), poi li ha ricondotti nell’alveo degli interessi di Stato, ammonendoli con la distruzione di Mikhail Khodorkovskij e della sua Yukos (che valeva, allo scoppiare del caso, il 18 per cento delle estrazioni petrolifere russe) e "convincendo" Roman Abramovic (noto come proprietario della squadra del Chelsea) a cedere la sua Sibneft. Poi ha ricondotto a Gazprom tutti gli interessi del settore energetico: al gas, di cui è già il maggior esportatore del mondo, ha aggiunto il petrolio (Yukos e Sibneft sono appunto finite nel portafoglio Gazprom), il tutto coordinato con Transneft, azienda dello Stato che ha il monopolio del trasporto di gas e petrolio sul territorio della Federazione russa. Il risultato è un sistema integrato compatto come una testuggine romana e assai poco penetrabile, perché intanto il Parlamento, dove i "putiniani" hanno la maggioranza, ha approvato tutta una serie di limitazioni agli investimenti dall’estero nei settori "strategici" dell’economia russa. Che cosa vuol fare Putin con Gazprom? I soldi, certo. Le turbolenze del Medio Oriente, il calo di redditività di campi petroliferi fin troppo sfruttati (il Mare del Nord, ma anche l’Arabia Saudita), la crescente sete d’energia di Paesi in pieno sviluppo (India e Cina in primo luogo) gli hanno consegnato una miniera d’oro. Ma tutto questo è, in un certo senso, il meno. Il randello di Gazprom serve a Putin per rispondere colpo su colpo alle pretese espansionistiche degli Usa. Gli Usa si accordano con il clan Aliev che controlla l’Azerbaijan e i campi petroliferi del Mar Caspio; Putin stringe i rapporti con l’Iran e con la Bielorussia, l’uno snodo verso il golfo Persico (da cui passa ancora il 40 per cento del petrolio consumato ogni giorno nel mondo), l’altra perno del complesso sistema di oleodotti e gasdotti che dalla Russia muove verso l’Europa. Il presidente russo Vladimir Putin e l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder. Il presidente russo Vladimir Putin e l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schroeder (foto AP). Un duello economico e politico Gli Usa inaugurano in pompa magna, con altri Paesi, l’oleodotto che da Baku (Azerbaijan) arriva a Ceyhan (Turchia) attraverso Tbilisi (Georgia). Putin sigla l’accordo con la Germania per costruire il nuovo gasdotto. Il tutto duellando in economia ma anche in politica: da un lato gli Usa penalizzano la Russia e i Paesi che le sono più o meno amici, dall’altro Putin rimette in riga la Georgia, l’Ucraina, i Paesi Baltici, la Polonia, fedeli alleati di Washington. Con le ultime mosse, però, Putin sembra voler passare da una fase di abile difesa (ma pur sempre difesa) a un abbozzo di offensiva. Ha già legato alle forniture russe l’Unione europea, ora progetta di vendere agli Usa il 10 per cento del gas che consumano. Scenari planetari? Mica tanto. Il primo partner commerciale (e industriale: c’è tanto made in Italy in Blue Stream, il gasdotto che va dalla Russia alla Turchia passando sotto il Mar Nero) di Gazprom è la nostra Eni, che con il colosso russo tratta da molti mesi un complesso accordo. Gazprom vuole venire a vendere gas sul mercato italiano, Eni vuole partecipare alle attività di esplorazione ed estrazione sul territorio russo. Se l’accordo andasse in porto, potremmo pagare meno sia il gas sia il petrolio. E magari chiederci (ma questa è fantapolitica) se ci convenga davvero essere tanto amici di Washington. Media |